Gianmario Comi, eroe del Picco di la Spezia, ha parlato a Primativvù, ricordando ovviamente il 2-1 nei playoff contro lo Spezia: "E' stata la serata più memorabile della mia carriera, mi ha regalato emozioni incredibili. E' stata una partita pazzesca, abbiamo avuto la fortuna e la bravura di giocare contro il Bologna. Poi sappiamo tutti come è andata, meritavamo di passare il turno e andare in finale. Porterò sempre nel mio cuore la serata di la Spezia, ma resta l'amarezza di Bologna. Andammo lì sotto di due gol, perché avevamo perso all'andata, con tanti assenti. E giocammo alla grande. Ricordo la traversa di Castaldo, colpita dopo una mia spizzata di testa. Una traversa maledetta, fa capire quanto un episodio fa cambiare una stagione. Uscire dal campo con trentamila persone che applaudono fu meraviglioso, ho ancora i brividi a parlarne. La curva dell'Avellino ci sostenne tutto l'anno, un'annata meravigliosa. In finale le motivazioni avrebbero fatto la differenza, fummo penalizzati dal supplementare giocato a La Spezia e da un gol in fuorigioco di un metro all'andata, contro il Bologna. 

All'ultima giornata segnai una doppietta a Brescia, poi avrei dovuto giocare titolare contro lo Spezia, ma mister Rastelli mi disse che gli sarei servito nella ripresa, per dare un cambio di rotta alla partita. Accettai con umiltà mettendomi a sua disposizione. Rastelli sotto di un uomo mantenne le due punte in campo fino all'ultimo secondo, fu la scelta che cambiò la partita. Entrai e feci una rovesciata bellissima, presi in faccia un difensore dello Spezia. Il gol? Era un tiro sporco, strozzai il tiro, ma ricordo il boato dei tifosi dell'Avellino. Feci una scivolata per esultare e mi arrivarono addosso i 150 chili di Mokulu e poi Pisacane.

In quel gruppo c'erano calciatori del Nord e del Sud Italia, un branco di lupi con grandi personalità. Io ero uno dei più giovani, poi c'erano i più esperti come Castaldo, Fabbro e Schiavon che gioca con me a Vercelli. Rastelli? Mi ha dato tantissimo sul piano motivazionale e come modo di gestire il gruppo. E' stato un allenatore bravo a gestire la psicologia dei calciatori e questo fa la differenza. Poi ha un gruppo valido di collaboratori, Dei, Rossi, Esposito, poi c'era Paolo Pagliuca, a cui ero molto legato. Con D'Angelo e Castaldo ho legato tanto. Non spetta a me giudicare la loro scelta di non restare ad Avellino. I tifosi credo che non possono recriminare nulla sul loro attaccamento alla maglia, non posso che parlare bene di entrambi. 

Sarei potuto venire ad Avellino un anno prima, ricordo la stagione precedente, il 2-1 dell'Avellino contro il Novara, l'eurogol di Zappacosta. Con il direttore De Vito ho un bellissimo rapporto, ha creduto molto in me e credo di aver ripagato la sua fiducia. Faccio fatica a parlare male di qualcosa di quell'annata, la porterò sempre nel cuore. L'Avellino mi ha cambiato, in casa ho il cuscino del lupo, è diventato un simbolo del mio modo di essere.

Sono cresciuto con il pallone in mano, facevo allenamento, tornavo a casa e invece di studiare facevamo "la tedesca" in giardino. Sono sempre stato un tifoso del Torino, andavo allo stadio con mio zio, una passione che mi è stata trasmessa da parte di mio padre e mia mamma. Ho svolto il settore giovanile con il Milan, è stato un grande anno di maturità nella Primavera rossonera. Ho imparato tantissimo, ho studiato grandi campioni". 

Sezione: Focus / Data: Sab 09 maggio 2020 alle 13:10
Autore: redazione TuttoAvellino / Twitter: @tuttoavellinoit
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