C'è una cosa che proprio non riesco a capire. Ci provo, mi sforzo, cerco di darmi una spiegazione plausibile ma fallisco miseramente. Non per colpa mia. Perché una curva (una frangia di essa, senza generalizzare) che si lascia andare a "buu" razzisti nei confronti dei calciatori di colore della squadra avversaria, dimenticando quelli che giocano nella propria squadra, è un qualcosa che mi lascia interdetto. Ieri pomeriggio ad Ascoli si è ripetuto quanto successo due settimane fa a Brescia e a Como, lo scorso 9 dicembre. Se al Rigamonti era stato Bastien a finire nel mirino degli stupidi, al Del Duca è toccato a Mokulu, mentre entrambi si erano dovuti sorbire gli insulti più ignobili che esistano, al Sinigaglia.

Quello che fa riflettere non sono tanto i "buu" razzisti. Ci sono e ci saranno sempre, in barba ai buoni propositi. Gli arbitri, nonostante siano autorizzati ad interrompere immediatamente il gioco al primo ascolto, nella maggior parte dei casi evitano di farlo. Probabilmente fanno finta di non sentire. Dubito che non sentano. Ieri, per esempio, al Del Duca era impossibile non udirli dal campo, caro Saia. Li abbiamo sentiti noi, addetti ai lavori, chiusi in un box quasi del tutto insonorizzato, in tribuna stampa. No, quello che fa riflettere e mi fa pensare, è come sia possibile che una curva offenda un calciatore di colore avversario, se nella propria squadra giocano calciatori di colore. A Como, tra le fila lariane c'era Ebagua (ora al Vicenza), con l'Ascoli, invece, ci gioca Addae. Ma il colmo dei colmi arriva da Brescia dove i calciatori di colore in squadra, in campo contro l'Avellino, sono stati addirittura tre: Coly, Embalo e Salifu. Come è possibile? Offendere un avversario di colore ed esultare, poi, ad un gol segnato da un “negro” della tua squadra (vedi Embalo contro il Crotone): coerenza portami via.

Il razzismo resta una piaga. Eliminarlo dal mondo del calcio è praticamente impossibile se prima non viene estirpato ai livelli superiori, nella vita reale, quella di tutti i giorni. Quando i tifosi del Verona, a metà degli anni novanta, “impiccarono” un manichino di colore in curva per protestare contro l’acquisto di Michael Ferrier, si urlò, si blaterò qualcosa, poi si fece silenzio. Il Verona per gli anni a seguire non ha acquistato calciatori di colore. Quando a Treviso, i tifosi locali attaccarono Akeem Omolade, un loro calciatore, perché nero, i compagni di squadra in segno di solidarietà decisero di scendere in campo col il viso dipinto di nero. Un gesto simbolico che non ha trovato terreno fertile nel quale piantare il seme della ragione. E quali sono i rimedi per combatte il razzismo nel calcio? Se squalifiche e sanzioni non hanno effetto si può provare con l’indifferenza, per esempio. Oppure con una doppietta. No, non il fucile. Doppietta: due gol. Quelli di Mokulu, che hanno messo a tacere gli stupidi. Un silenzio momentaneo, durato novanta minuti, ma quanto mai dolcissimo.

Sezione: Copertina / Data: Dom 13 marzo 2016 alle 12:30
Autore: Carmine Roca
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