Ospite della trasmissione Leggende di Sportchannel 214, intervistato da Mimmo Rossi, l'ex portiere dell'Avellino, Nicola Di Leo, ha parlato del suo passato all'Avellino e delle sue esperienze in biancoverde. 
Queste le sue parole: "Nonostante i miei 61 anni vivo sempre nel rettangolo di gioco e questo mi dà una grande forza. Nasco portiere grazie a mio zio Vincenzo, che era portiere, io lo consideravo come un fratello. Era il fratello minore di mio padre. Giocava nel Trani in Serie C. Poi fui lanciato, feci una partita a Torrette di Mercogliano, mi notò Sibilia e mi fece firmare un contratto. Io stavo trattando con l'Inter, però appena Don Antonio si inserì dovetti firmare con i lupi. All'inizio dovevo fare il vice ad Ottorino Piotti". 
Le stagioni ad Avellino: "Vinicio era come un padre per me, mi iniziò ad inserire in rosa. Poi con il Lecce mi feci male gravemente e stetti fuori diversi mesi. Giocò al mio posto Coccia ma nelle ultime due gare si fece male anche lui e noi non eravamo ancora salvi. Dovevamo giocare a Bari, uno scontro diretto salvezza e con il Napoli in casa. A Bari rientrai, feci una partita da 9 in pagella, parai tutto quello che c'era da parare, Ramon Diaz ci regalò la salvezza e condannò il Bari alla retrocessione. Poi l'ultima con il Napoli fu tranquilla. Poi ci fu l'anno dei 30 punti, che è indimenticabile. E infine l'anno della retrocessione, una sciagura, anche se intorno a noi c'era una società che non esisteva più. Tenemmo quasi la stessa ossatura della squadra dell'anno precedente. Andò via Dirceu, prendemmo Anastopoulos che doveva farci fare il salto di qualità e invece andò male. Noi facemmo un girone di andata da 7 punti, mai fatto così male. Il girone di ritorno facemmo 16 punti, una roba straordinaria. Ma purtroppo quei pochi punti dell'andata ci fecero retrocedere. Poi l'anno della B non voglio raccontarlo che mi fa troppo male". 
Una scuola calcio con il simbolo di un lupo: "Avellino mi è rimasto nel cuore, ho una scuola calcio che gestisce mio figlio, che ha un lupo come simbolo. Penso non sia un caso". 
Il calcio di oggi: "E' un calcio che non mi appartiene più. Io vivo con i ragazzi, che sono la parte pulita del calcio, ma anche loro sono inquinati dalla televisione". 
Su Vinicio: "E' stato un maestro, anche con alcuni suoi detti. Ad esempio che nella vita va tutto bene, ma non bisogna mai esagerare sulle cose. Questa è stata una cosa che mi sono sempre portato dietro". 
Il gioco dal basso con i piedi: "C'è stata un'evoluzione enorme del calcio e del ruolo del portiere. Per me il portiere deve saper parare inanzi tutto, è chiaro, che se sei bravo con i piedi di tuo, ok, puoi anche impostare. Ma doveva parare e basta. Ora se non sai utilizzare i piedi, per il passaggio, per impostare, ti mettono fuori. In Italia, una prima rivoluzione, la portò Taffarel, al Parma. Io iniziai ad emularlo con Sensini, all'Udinese". 
La cosa più bella che ricordo di Avellino: "Ci tengo a dirlo, è stato il terremoto. Lo so, è triste, ha causato morte e distruzione e ancora oggi è ricordata con grande commozione quella data del 23 novembre. Ma il terremoto mi ha insegnato cosa sia Avellino e cosa siano gli avellinese. Anche per noi è stato un sacrificio, la nostra unione ha regalato un sorriso agli avellinesi. Gli anni successivi, fino a fine giugno noi ci allenavamo ad Avellino e andavamo spesso, nelle cittadine più colpite dal sisma, e l'affetto e il calore della gente per noi fu una cosa stupenda". 
 

Sezione: Ex biancoverdi / Data: Lun 05 aprile 2021 alle 10:45
Autore: Marco Costanza
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