Angelo D'Angelo si racconta. Il capitano dell'Avellino parlato ai microfoni di Ottopagine intervistato da Giuseppe Forino
studente del Vivaio di Ottopagine, il corso di giornalismo multimediale organizzato nell'ambito dell'iniziativa scuola/lavoro. Di seguito alcune delle domande fatte al capitano:

Cosa ti ha spinto a giocare a calcio?

«Fin da piccolo la mia passione più grande è stata quella per il calcio. Ho iniziato a giocare a sei anni in una piccola scuola del mio paese, Ascea. La bellezza del calcio, l’amore che provo per questo gioco hanno trasformato la mia passione in un mestiere. Fin dalle elementari, quando mi chiedevano cosa volessi fare da grande, io ero già convinto: volevo diventare un calciatore.»

Da piccolo sei dovuto andare lontano dalle tue radici e lasciare la tua famiglia. Cosa hai provato in quegli anni?

«All’età di quindici anni sono andato via di casa per trasferirmi a Cosenza. Frequentavo lì la scuola e allo stesso tempo mi allenavo. Vivevo in un albergo, da solo e lontano dalla mia famiglia. Per un ragazzino di 15 anni è davvero molto difficile fare determinate scelte.

Poi ho firmato con il Voghera, in provincia di Pavia. E’ stata la mia prima esperienza tra i grandi. Una parentesi molto positiva per il mio cammino calcistico: fui premiato come miglior giovane della Serie D.

E’ stata molto dura separarmi, seppur temporaneamente, dalla mia famiglia. I miei parenti mi mancavano, non nascondo la sofferenza che provavo giorno dopo giorno. Mi consolava il pensiero costante di voler giocare a calcio e di diventare un calciatore professionista.»

Come si vive l’attesa di una partita?

«L’attesa della partita è molto importante nella vita di un calciatore. Con l’esperienza il modo di approcciarsi alla partita cambia. Con il tempo si acquisisce il metodo per gestire al meglio le emozioni e di conseguenza le partite. A 18 come a 31 anni però, l’emozione del pre-partita è sempre la stessa. Nel momento in cui la preoccupazione scompare, bisogna solamente appendere gli scarpini al chiodo. Bisogna distinguere la tensione dalla paura. La tensione si trasforma in adrenalina e porta dare il meglio di sé stessi. La paura, nel calcio e nella vita, fa solo del male.”

Come si gestisce il peso di una sconfitta?

«Bisogna lavorare costantemente, soprattutto dopo aver subito una sconfitta. Solo attraverso il lavoro si matura e si alleggerisce la sconfitta.»

Il momento più bello della tua carriera?

«Sicuramente la partita contro la Juventus in casa loro. Qualsiasi calciatore vorrebbe confrontarsi con la Juventus, è una soddisfazione speciale.»

Cosa prova un calciatore nel momento in cui indossa la fascia da capitano e diventa il simbolo di una città intera?

«Si ha una grossa responsabilità ma si prova una grande soddisfazione. Un'emozione indescrivibile. E’ stato il punto di arrivo della mia gavetta. E’ qualcosa di estremamente speciale. E’ una sensazione e una possibilità unica poter rappresentare i colori di Avellino.»

Il calciatore più forte che hai incontrato?

«Sicuramente Marchisio, in Coppa Italia. Per ’95 minuti contro di me, lui si è allenato, non sono mai riuscito a rubargli la palla.»

Il calciatore più forte con cui hai giocato?

«Senza dubbio Gigi Castaldo. Ha delle doti mai viste, è il più forte sotto tutti i punti di vista. Dal gesto tecnico alla padronanza del campo. Sotto l’aspetto della personalità, il migliore è Armando Izzo. Penso che sia il giocatore più pronto in assoluto. Gestiva le cose alla perfezione, come se sapesse in ogni momento cosa fare.»

Il calciatore più forte di sempre nella storia?

«Maradona. Anche se quello di allora era un calcio molto differente. Oggi ce ne sono due, Messi e Cristiano Ronaldo imparagonabili tra di loro. Messi è diventato il calciatore più forte del calcio moderno anche con l’aiuto dei genitori. Ronaldo invece è la perfezione assoluta. E’ un esempio, lavora quotidianamente per migliorarsi sempre di più. Ha delle doti eccezionali, lui è arrivato ad essere il più forte facendo grandi sforzi e sacrifici.”

Il tuo idolo da bambino?

«Edgar Davids. Giocava nel mio stesso ruolo, mi piaceva molto come calciatore e come persona. Un vero Pit Bull. Grandi esempi sono stati per me anche De Rossi e Marchisio. Come personalità, penso che Gattuso sia insuperabile.»

Sezione: Copertina / Data: Lun 19 dicembre 2016 alle 12:11
Autore: Pellegrino Marciano / Twitter: @pellegrinom17
vedi letture