Attraverso un lungo messaggio postato su Facebook, il collaboratore dell'Avellino Paolo Pagliuca, il quale da parecchi mesi combatte, con grande dignità e coraggio, una durissima battaglia che sta per vincere definitivamente, ha voluto raccontare questo difficile periodo che è stato superato grazie anche all'affetto che il popolo irpino gli ha dimostrato. Ecco le sue parole: "Stavolta il riferimento a Davide contro Golia lo voglio fare io, anzi, mi verrebbe voglia di dire che all’inizio, tanta era la rabbia che al “bastardo” gli avrei detto: “Lei non sa chi sono io”, ma non ne avevo la forza. Le condivisioni, gli striscioni e i cori, oltre che gli affetti più cari, mi hanno invece dato una carica enorme. Sono “uomo di parola”, nel senso che per me, non c’è bisogno di carte scritte, ma basta una stretta di mano per sancire un patto. Quando ad un coro, allo stadio, è stato urlato “vinci per noi Paolo Pagliuca”, ho detto a me stesso che dovevo mantenere una promessa; nella mia posizione, una sconfitta avrebbe avuto una risonanza ancora maggiore e quindi, ho impegnato tutto me stesso per vincere: non potevo tradire la mia gente, oltre che me stesso. La mia vittoria ha un sapore diverso: è la vittoria di tutti, anche di chi ha poca fiducia in se stesso, di chi soffre e sta perdendo la speranza, è un segnale per tutti coloro che, lottando caparbiamente e soffrendo, si può essere consapevoli che si possono raggiungere gli obiettivi sperati. È la vittoria della mia terra, da sempre martoriata e succube del napolicentrismo, schiacciata dalla politica e dai suoi meccanismi di uno pseudo sviluppo mai iniziato e che ha voluto stravolgere la sua natura contadina ad una becera ed inopportuna industriale, con una grande sete di rivalsa e di riscatto sociale che attraverso lo sport incontra la sua vetrina nazionale.

È la vittoria di una città anche se sommersa dagli infiniti problemi ma che ciò nonostante rimane sempre “la mia città”, di una provincia in cui la speranza sembrava aver abbandonato anche l’ultimo cuore palpitante di una terra generosa e fiera, ma che invece è forte delle sue tradizioni, dei suoi prodotti e della sua cultura. Sig. Bastardo, Lei non sa chi sono io, o forse non lo sapeva: sono un semplice irpino che quando decide di lottare non lascia scampo, sono un lupo che ha consumato artigli e zanne ma è pronto, anche se sanguinante, a combattere ancora. Sig. Bastardo, era Lei a non avere speranza. Guardi la mia gente, ma non solo sugli spalti quando fanno tremare le strutture di tutti gli stadi, di quando fanno le sciarpate o quando più semplicemente, cantano ininterrottamente e raccolgono gli applausi delle tifoserie avversarie; li guardi negli occhi, vada a scavare nell’anima di ognuno di loro e scoprirà che io sono solo uno dei tanti. Ci chiameranno anche cafoni, ma sono orgoglioso di esserlo!".

Sezione: News / Data: Mer 24 settembre 2014 alle 18:30
Autore: Carmine Roca / Twitter: @carm_roca
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