La rabbia e la delusione, per come è nato il pareggio di ieri tra Avellino e Turris, forse non sono ancora passate del tutto, brucia eccome veder svanire il primo posto, in vantaggio di due gol, a pochi minuti dal termine. Proviamo però ad analizzare la partita di ieri a bocce ferme, analizzando tutti gli spunti che la gara ci offre. Va innanzitutto detto che l'Avellino, come successo con la Casertana pochi giorni prima, non è partito benissimo: complici soprattutto le tante assenze, alcuni giocatori fuori ruolo (vedi Adamo sacrificato terzino, lui che è un esterno d'attacco), i primi 15-20 minuti non sono stati bellissimi da vedere, anzi la Turris si è fatta apprezzare di più, costruendo anche diverse occasioni pericolose. Non ha giovato neanche il cambio modulo: dopo cinque partite consecutive giocate con la difesa a 3, passare a 4 dietro ha presupposto comunque un cambio di giocate e di mentalità da parte dei calciatori, che ci hanno messo del tempo per metabolizzarlo. Eppure, dopo 26 minuti, la partita si è messa comunque sui binari che tutti si aspettavano e pronosticavano alla vigilia, con il gol sblocca-risultato di Santaniello propiziato dal solito D'Angelo.
Il gol ha disteso mentalmente l'Avellino e colpito la Turris, con i biancoverdi che nel secondo tempo si sono limitati a controllare la gara, senza subire pericoli, trovando poi il raddoppio su autogol. Tutto chiuso? Macché: le già note ingenuità di Maniero e Pane hanno gettato alle ortiche tutto, con la Turris che in 7 minuti, dall'85' al 92', ha riacciuffato il pari. Va analizzato soprattutto il calo mentale avuto dalla squadra dopo il primo gol di Persano, ma ancor prima dopo l'espulsione di Maniero. Ritrovatosi in dieci, l'Avellino è apparso come smarrito, preoccupato, timoroso di poter subire la rimonta degli avversari, che puntualmente è arrivata. Tante volte abbiamo sottolineato la robustezza e l'equilibrio di questa squadra, ma ieri sera la Turris è apparsa invece più coriacea e di carattere dell'Avellino, capace di recuperare due reti a tempo quasi scaduto. Ci ha creduto più di una squadra sulla carta tecnicamente superiore costruita per un altro tipo di campionato, e questo è un aspetto sul quale Braglia dovrà lavorare, oltre che sul piano del gioco e della tattica.
Una squadra che vuol vincere, che vuole condurre un campionato di vertice, non può perdere la bussola a dieci minuti dalla fine perché si ritrova in dieci in vantaggio di due reti. Espulso un attaccante, si può continuare a svolgere il proprio gioco fino alla fase offensiva, dove al massimo può mancare un riferimento avanzato, ma non offrire il fianco all'avversario. E anche di fronte al gol dell'1-2, che può capitare, a cinque minuti dalla fine bisogna imparare a gestire e amministrare il risultato. Se questo era un ulteriore esame di maturità, l'Avellino allora non è apparso ancora del tutto pronto al salto di qualità.
Certo di tempo ce n'è, siamo ancora alla sesta giornata e l'Avellino è comunque secondo, a pari punti con le squadre accreditate per la vittoria finale (Bari e Teramo) e a -1 dalla Ternana che ha una partita in più, con una gara (contro il Bisceglie) da recuperare. Per di più ancora imbattuto. Ma il gusto di ritrovarsi, almeno per qualche giorno (domenica l'Avellino riposa e le altre avranno modo di riportarsi avanti) primi in classifica, dopo tanto tempo, era un qualcosa che tutti stavano solo aspettando di assaporare.
Bisogna ancora lavorare, ha ragione Braglia quando invita a volare basso e ricorda che ci sono almeno 4-5 squadre più attrezzate, ma di sicuro le basi sono buone. Un pareggio non getta via quanto di buono fatto dalla squadra finora e non ridimensiona l'ottimo campionato che l'Avellino sta fin qui conducendo. Semplicemente può servire come lezione e campanello d'allarme per le prossime partite, e magari riportare un po' più sul concreto un gruppo che ora sa di dover restare concentrato per 90 minuti, senza perdere la testa alla prima avversità. Avere un condottiero come Braglia in questo senso può aiutare, quindi smaltita la delusione guardiamo avanti, c'è ancora tanta strada da fare.
Domenico Fabbricini / Twitter: @Dfabbricini
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