Lunga intervista quest’oggi a Juary, ex attaccante di Avellino e Inter, che al quotidiano La Stampa racconta come è stato portato in Italia, i primi momenti di ambientamento e l’esplosione in serie A. Juary comincia raccontando di aver saputo di essere diretto ad Avellino “Su un aereo per Roma, dove mi avevano convinto a salire con l’inganno: dopo qualche bicchiere di vino, Nicola Gravina, manager che mi seguiva fin da ragazzino, confessò. Inizialmente mi dissero che l’Universidade voleva visionare alcuni ragazzi tra cui me, ma mi sembrava strano. Poi Gravina confessò. “Dove cazzo è Avellino? Non ci vado” protestai, ma lui sorrise: “Sai volare? Perché paracadute non ce n’è". Dopo un viaggio in auto da Fiumicino raggiunsi l’ufficio di Antonio Sibilia. Ero incuriosito, inquieto, dubbioso. Invece fu la svolta della mia vita, Avellino diventò casa e il presidente un secondo papà: nei momenti bui c’era sempre, negli affari bastava una stretta di mano”.
Juary racconta poi dell’incontro con il boss Cutolo, un giorno Sibilia gli chiese di saltare l’allenamento per accompagnarlo in tribunale a Napoli: “Mai visto, non potevo immaginare chi fosse. Il presidente disse che era un grande tifoso e voleva conoscermi. Ci scambiai due parole, ma nulla di più: la storia della medaglietta consegnata è un’invenzione”. Poi i ricordi del terremoto: “I tifosi, la città mi adottarono. E la tragedia del terremoto ci unì ancora di più alla nostra gente. Volevamo portare un sorriso a chi aveva perso persone care o era rimasto senza un tetto. A volte, negli stadi ci urlavano terremotati: pensavano di offenderci, ci caricavano”.
Sulla danza intorno alla bandierina, che molti credono fosse nata a Catania: “Era nata allo stadio Morumbi prima di un derby con il San Paolo: Osmar Santos, giovane radiocronista, mi chiese di inventare un’esultanza in caso di gol, ne feci tre e ogni volta ballai sulla lunetta. Quella del Cibali fu la prima rete di uno straniero dopo la riapertura delle frontiere”.
E poi il passaggio all’Inter, ma a Milano Juary non si ambientò mai: “Ad Avellino ero un re, la squadra mi ruotava attorno e la gente mi coccolava: all’Inter, circondato da campioni, uno dei tanti”.
E oggi? “Seguo sempre la serie A come il campionato portoghese e la Premier. E so tutto del mio Avellino. L’Italia è la mia seconda patria, mia figlia Carolina vive a Salerno”.
Domenico Fabbricini / Twitter: @Dfabbricini
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