Alzi la mano chi, dopo il 2-1 alla Sampdoria, nell’ultima del girone di andata, si immaginava un epilogo del genere. Tre punti in sei giornate nel girone di ritorno, il vantaggio sulla zona playout che si è assottigliato a tre punti, una squadra involuta sul piano del gioco e dell’atteggiamento. C’è la sensazione che l’esonero di Biancolino sia arrivato in ritardo, deciso prima dai giocatori – imbarazzanti, ieri, contro il Pescara – che dalla proprietà, rimasta in silenzio per lungo tempo.
Più che un esonero, quello di Biancolino è stato un auto-sabotaggio. Il tecnico si è impegnato parecchio per far schiantare una barca che andava serenamente accompagnata al porto sicuro della salvezza, con il minimo indispensabile, una gestione serena del gruppo e un corretto utilizzo del linguaggio. Ha fatto praticamente il contrario, dimenticando di essere stato un calciatore, prima ancora che un allenatore. E che di questi tempi gli allenatori sono nelle mani dei calciatori e dei loro procuratori, che decidono il bello e il cattivo tempo.
L’inizio del calo è coinciso con le dichiarazioni della vigilia di Avellino-Empoli, il 21 novembre scorso, quando annunciò di aver messo fuori rosa Rigione, Cagnano e Manzi, i primi due tra i protagonisti della promozione in Serie B, il terzo fortemente confermato in rosa e schierato titolare nelle prime due uscite stagionali, salvo poi essere messo da parte dopo Modena e praticamente fuori prima dell’Empoli. Manzi e Cagnano furono riportati in gruppo, ma mai più utilizzati e ceduti a gennaio, per Rigione è arrivata la risoluzione del contratto con un finale da separato in casa.
“So che scatenerò un polverone, ma preferisco la strada della sincerità”, disse Biancolino di fronte ai giornalisti in sala stampa, nascondendo a fatica un certo nervosismo. Il giorno dopo l’Avellino crollò al suolo perdendo malamente la partita, battuto 3-0 dai toscani, che non attraversavano – e non attraversano ancora – un buon momento. Da quel momento a Biancolino è stato “vietato” di parlare prima della partita.
Prima ancora c’era stata la disfatta contro lo Spezia (0-4) e il tracollo a Cesena (3-0, con l’inserimento di Rigione, rientrato da poco dall’infortunio, lanciato nella mischia e preferito al più pronto Enrici, per essere divorato da Blesa e Shpendi), altri due campanelli di allarme da tenere in considerazione.
La vittoria a Bolzano contro il Sudtirol (che prese comunque a pallonate l’Avellino) servì solo a incollare i pezzi di un vaso già rotto, che perdeva acqua. Nonostante tutto, con i pareggi contro Venezia e Palermo, a Bari e la vittoria contro la Samp, l’Avellino era riuscito a tirarsi fuori dal momento negativo per chiudere il girone di andata a 25 punti. Un bottino che avrebbe dovuto essere gestito e che invece è stato quasi disperso a causa di un inizio di girone di ritorno da retrocessione diretta.
Sul mercato Biancolino ha inciso parecchio così come per la composizione dello staff tecnico con gli arrivi, tra gli altri, di Ametrano e quello contestato del figlio Francesco. Ha voluto Insigne e Tutino, ha chiesto e ottenuto Izzo, oltre alla riconferma di buona parte della vecchia guardia. Ha inciso soprattutto sulle cessioni, a partire da quelle di Lescano (che comunque si è giocato male le chance di una conferma in B) e di Crespi, messo da parte troppo presto dopo un buonissimo avvio di campionato). Carta bianca su tutto. Eppure ha avuto da ridire sul lavoro svolto nella finestra invernale. Lo ha fatto pubblicamente dopo la sconfitta contro il Monza, per certi versi immeritata dopo 70 minuti di buon calcio, con l’Avellino steso dagli episodi. “Preferisco non parlare del mercato, mancherei di rispetto al gruppo”, disse, rivelando una certa insoddisfazione.
Il risultato? Due sconfitte di fila in casa contro Frosinone e Pescara, attraverso prestazioni deludenti, pesantemente insufficienti. Una squadra scesa in campo spenta, già sconfitta nella testa e nelle gambe prima ancora che dall’avversario. Evidente il nervosismo di Biancolino, che al termine della partita persa contro il Frosinone, ha mandato a quel Paese un tifoso in diretta nazionale. Un gesto che ha fatto infuriare la Curva Sud e la società: duro il comunicato del direttivo, rivedibile quello di Biancolino, le cui scuse non hanno fatto breccia nel cuore dei tifosi biancoverdi.
L’ultima chance è stata sprecata ieri sera, con un Avellino ormai alla deriva, palesemente demotivato e clamorosamente deconcentrato contro un Pescara ultimo in classifica e peggiore difesa del campionato. Neppure un tiro in porta, con un finale di partita tragicomico, con un solo attaccante di ruolo (Pandolfi) in campo.
Il canto del cigno di un allenatore crollato sotto il peso delle aspettative e delle responsabilità, di una pessima gestione del gruppo, con bocciature pubbliche (l’ultima quella di Tutino, gettato puntualmente nella mischia e in pasto agli avversari, anche se non in grado di dare un contributo vero alla squadra) e una dialettica improponibile. Non è stata ovviamente solo responsabilità sua, ma anche di chi ha fatto il mercato (toppando quasi tutti gli over, ad eccezione di Simic e di Biasci, salvatore della Patria. Cosa sarebbe stato dell'Avellino senza i suoi 11 gol?). Rimarrà il ricordo di un campionato vinto, ma anche una macchia che sarà difficile da cancellare.
Autore: redazione TuttoAvellino / Twitter: @tuttoavellinoit
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