Troppo forte il Venezia o troppo brutto l'Avellino? Forse entrambe le cose. Che fosse una partita al limite dell'impossibile si sapeva, l'Avellino più che da lupo si presentava in laguna da agnello sacrificale da offrire sull'altare del leone veneziano in piena corsa per la promozione diretta. Ma si sa, le partite vanno prima giocate e la gara dell'andata, insieme a diverse altre prestazioni biancoverdi in questo campionato, hanno dato vita poi a risultati alla vigilia insperati. Non è andata così a Venezia, anzi forse è andata anche peggio di come ci si poteva aspettare. Un Avellino sempre remissivo, sempre in ritardo, mai in partita, come un pugile chiuso all'angolo dall'avversario ha accusato un colpo dopo l'altro finendo al tappeto in appena sei minuti nel finire di primo tempo.
Eppure la tattica difensivista messa a punto da Ballardini per badare innanzitutto a non prenderle sembrava anche dare i suoi frutti nei primi minuti, quando il Venezia si è prevedibilmente sfogato trovando davanti a sé un Avellino compatto e ben chiuso che ha concesso pochi spazi. Anzi ci ha provato anche Tutino in uno dei rari contropiedi dell'Avellino con un tiro di poco alto. Ma poi, come se non bastasse la forza del Venezia, è arrivato anche l'aiuto da parte dello stesso Avellino, che è rimasto in dieci a causa della sciagurata entrata di Tutino su Franjic al 35' e da lì la partita si è messa in discesa per i padroni di casa. Si può discutere di un'espulsione forse troppo avventata, tra l'altro decretata da quel Mucera di Palermo che anche a Carrara lasciò l'Avellino in dieco per l'espulsione avventata di Enrici, ma lì l'Avellino ebbe una reazione diversa. E come se non bastasse questo regalo, l'Avellino ha deciso di farne un altro al Venezia al 40' con l'autogol di Reale, un peccato perché fino a quel momento il difensore se la stava cavando bene complice anche una perfetta chiusura in ripiegamento difensivo. In undici contro dieci il Venezia passeggia sul velluto, chiude il primo tempo sul 3-0 e nel secondo tempo gioca al gatto col topo con l'Avellino.
Ballardini prova anche a sbilanciarsi, inutile difendere sotto di tre gol, mettendosi con 4-3-2 e inserendo Patierno e Russo in attacco. Ma in attacco l'Avellino non ci arriverà mai: zero tiri in porta biancoverdi contro quattro dei lagunari (senza contare l'autogol) che li trasformano praticamente quasi tutti; ventiquattro tentativi a rete contro tre, 73% di possesso palla contro 27%. Sono i dati di un dominio schiacciante, completato con l'espulsione anche di Le Borgne e il 4-0 ancora di Dagasso, autore di una doppietta.
Avellino che dunque esce con la ossa rotte dal 'Penzo', si sapeva che sarebbe stata difficile si diceva ma quello che preoccupa maggiormente è non aver assistito a nessun tentativo di reazione, nessuno scatto di orgoglio, una squadra rassegnata a perdere dal primo minuto che ha dato l'impressione di non voler mai lottare. E' l'atteggiamento a preoccupare, quello che ci si aspettava di vedere fin dal cambio di tecnico e che per forza di cose non si è visto a Reggio Emilia quando Ballardini era appena arrivato, si è visto in parte con la Juve Stabia dove la squadra quantomeno ha smesso di subire gol anche se davanti non ha creato quasi nulla, e si è dissolto a Venezia. I problemi principali di questa squadra, l'elevata perforabilità e l'incapacità di concretizzare davanti, evidenziati all'ennesima potenza da una squadra molto più forte. Tutino, Insigne, Russo, Patierno, nessuno è riuscito mai a impensierire neanche lontanamente Stankovic.
Ripetiamo, una sconfitta a Venezia si poteva anche mettere in preventivo, ma è il modo a lasciare preoccupati. Ora sabato c'è uno scontro diretto da non fallire assolutamente, contro il Padova l'Avellino si gioca molte delle sue carte per evitare la zona playout, avvicinatasi pericolosamente con la vittoria dell'Entella in attesa che giochi anche il Modena, che potrebbe peggiorare ulteriormente la posizione dell'Avellino. E' il momento di non abbattersi, di lottare e reagire, per dare finalmente una svolta a un girone di ritorno nerissimo fin qui, che neanche il cambio di guida tecnica è riuscito a risollevare.
Domenico Fabbricini / Twitter: @Dfabbricini
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